La domenica a Roma prosegue con Villa Celimontana. Da almeno vent’anni non ci facevo una passeggiata come si deve. Obelischi, antiche statue, fontane, carpe e tanti bambini. La magia dei parchi a Roma sta, principalmente, nell’assenza dei rumori del traffico a cui le grandi città ci hanno abituato.

Villa Celimontana

Villa Celimontana

Camminare nel verde, sostare su una panchina o a ridosso di una fontana, per chi abita in città, ha un che di speciale, di magico. Quando ero piccola, mio padre mi raccontava la storia delle mani dell’operaio sotto l’obelisco della Villa. Le mani o meglio, ciò che ne resta, sono ancora lì e questo alimenta la mia passione per l’insolito, probabilmente nata proprio allora.
Ci sono delle mani lì sotto?” mi chiede incredulo Andrea “Si” “E come è successo?” “Non ha fatto in tempo a scansarsi quando hanno posizionato l’obelisco”.
Usciamo passando davanti alla fontana della Navicella e ci avviamo verso Santo Stefano Rotondo. Subito prima dell’entrata incontriamo un’amica, Francesca, donna bella, solare e piena di talento (crea costumi eccezionali e, anche solo se siete curiosi, fate una capatina alla sua pagina facebook, ve lo consiglio vivamente). “Andate a Santo Stefano? E’ bellissima, io mi ci sono sposata”. Più curiosi di prima, salutiamo e allunghiamo il passo. Si entra in un cortile molto ampio e stranamente deserto. La porta chiusa della Basilica desta in noi sonanti campanelli di allarme. La Basilica è chiusa. Riapre alle tre ed è appena l’una. Fa caldo, c’è un sole che spacca le pietre ed io devo andare in bagno. L’unico nelle vicinanze è quello pubblico all’interno della Villa quindi ci torniamo. Lungo la strada ci sono alcune macchine parcheggiate dei corridori della maratona ed uno ha avuto una spiacevolissima sorpresa: vetro posteriore completamente a pezzi. Oggi non è giornata.
Dentro la Villa la vescica mi fa precipitare verso il bagno sul cui muro capeggia il cartello: utilizzo di € 1 per usufruire del servizio e la macchinetta non da resto. Bagno pubblico a pagamento? Lasciamo stare. Per fortuna mi ritrovo un euro spiccio in tasca, vado per aprire la porta e la trovo chiusa a chiave. Un momento di incertezza, poi il panico. Il bagno, gestito dall’AMA, è completamente chiuso. Intorno, uomini che non si trattengono e fanno pipì sul muro di fianco, bambini dietro le fratte, una signora attaccata al telefono a lamentarsi con l’AMA che, come al solito, alza le mani e non ne sa niente ed io lì, a mandare accidenti e a meditare vendetta.
Usciamo dall’altra parte della Villa e, sulla sinistra, incontriamo la scalinata di San Gregorio. E che fai, non ci vai? In fondo la vescica può aspettare ancora un po’. Sali questa bella rampa di scale e raggiungi il portico, poi il cartello: San Gregorio è chiusa. Riapre alle tre.
Ma Santi Numi!
Ribadisco, oggi non è giornata. Riscendiamo la scalinata e costeggiamo tutto il Circo Massimo per raggiungere l’arco di Giano. Un arco mastodontico, quadrato (o meglio, tetrapilo), con quattro arcate, credo l’unico nel suo genere, abbandonato all’incuria e alle erbacce, snobbato da tutti e chiuso fra reti e cancelli. Davvero un peccato. Roma è stracolma di capolavori, abbandonati quando non dimenticati, a cui non viene concesso neanche un respiro di vita.
Continuiamo a camminare e prendiamo una stradina in salita che sbuca al Campidoglio, poco prima una splendida veduta dei Fori allieta questa giornata. Qui, oltre ai Musei Capitolini, all’imbocco di via S. Pietro in carcere, c’è la copia della Lupa Capitolina posizionata sopra una colonna. Non sarà l’originale ma ha comunque il suo fascino, per l’originale, se avete qualche soldo, potete fare un giro ai sopra citati Musei Capitolini. Noi, sempre senza una lira in tasca, ci accontentiamo di ciò che viene offerto gratis ai nostri, ancora non foschi, occhi (e non è poco, vi assicuro). Si scende poi per Piazza Venezia, altre scale, per fortuna in discesa, ci fanno sbucare davanti al Museo Centrale del Risorgimento e lì troviamo strada e piazza bloccate dalla maratona, i varchi per attraversare sono praticamente assenti e la mia vescica urla maledettamente. Dopo un giro allucinante riusciamo a raggiungere, finalmente, il negozio di Andrea dove riusciamo a fare tappa. Santo bagno. Andrea si accascia sulla prima sedia disponibile “mi fanno male i piedi!” ma non è ora di riposare, ci aspetta un altro posto importante: S. Ignazio di Loyola con la sua curiosissima cupola che non c’è.

La cupola che non c'è

La cupola che non c’è

Lo spettacolo è notevole, l’illusione ha dell’incredibile. E’ lì, eppure non è lì. Nella navata della chiesa è segnato il punto esatto dove fermarsi per ammirare appieno questa tela dipinta con infinita maestria. La notate subito perché, rispetto al resto della chiesa, è molto scura. Nella mia infinita ignoranza, azzardo l’ipotesi che, all’epoca, questa differenza di luci probabilmente non si notava, rendendo l’illusione ancora più perfetta e armoniosa. Ricordiamoci che ora, la chiesa, è illuminata a giorno da fior di luminarie che all’epoca non esistevano.
Usciamo e continuiamo la nostra massacrante passeggiata. Ci addentriamo nelle stradine del centro entrando in diverse chiesette lungo la strada. In una ci entriamo solo per un cartello all’esterno che segnalava l’esposizione permanente dalla sacra sindone. A me queste cose non interessano ma Andrea era curioso quindi entriamo. Era una fotografia. Esposta in maniera permanente e a grandezza naturale ma sempre di una fotografia si trattava. Scherzi da prete. Sbuchiamo infine sul Tevere, all’altezza dell’Ara Pacis. Proprio di fianco, sul muretto lungo la strada, c’è la mostra all’aperto di un artista piuttosto geniale: Fausto delle Chiaie. Un signore distinto che è sempre lì, vicino alle sue opere, moderne e ironiche, che incontra il pubblico e scambia volentieri due parole. Da lontano le sue opere non mi avevano colpita, mi sono avvicinata sotto insistenza di Andrea che era curioso e ne sono rimasta rapita. “Ma lei è un genio” ho esordito appena l’ho visto “ma noooooo” un gesto della mano come dire “non esageri, suvvia”, per poi spiazzarti con un “io sono di più”. Gli artisti, li amo.
Proprio lì di fianco, abbandonato anch’esso all’incuria più abbietta, si erge il Mausoleo di Augusto.

Il Mausoleo di Augusto

Il Mausoleo di Augusto

E’ enorme, come certo si addice ad un mausoleo ma, se non lo sai, non lo vedi. E’ talmente soffocato da tutto ciò che lo circonda, che non ci fai caso. Il fatto che sia chiuso al pubblico, certo non aiuta ad individuarlo e anche qui, la tristezza e la rabbia di una città che abbandona a se stesse certe opere d’arte, ha il sopravvento.
Sta facendo tardi, è il caso di tornare indietro. Passiamo per Piazza di Spagna, ormai stracolma di turisti 365 giorni l’anno, e raggiungiamo Fontana di Trevi. Peggio di Piazza di Spagna. Ormai credo che neanche alle tre del mattino sia deserta. Riusciamo a raggiungere via della Pilotta, dove i romani giocavano alla Pilotta (gioco con la palla). Caratteristica della strada sono questi quattro archi che la attraversano, molto belli e suggestivi, ma non abbiamo le forze per guardarci ancora intorno. La giornata è finita e con essa, anche la nostra passeggiata. Che cosa ho imparato? Mai andare per chiese la domenica mattina e ricordarsi che aprono alle tre. O i Numi cadranno a vagonate.

 

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